“Non sta mai fermo.” “Non mi ascolta mai.” “Si distrae per niente.” Frasi che molti genitori e insegnanti hanno sentito o pronunciato almeno una volta. Ma cosa c’è davvero dietro?

Facciamo chiarezza · Episodio 3 di 8

Nelle ultime due puntate abbiamo parlato dei BES e dei DSA. Oggi affrontiamo un’altra sigla che si sente spesso, a volte usata a sproposito: ADHD.

ADHD: di cosa parliamo esattamente

ADHD sta per Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in italiano Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Fa parte dei disturbi del neurosviluppo: significa che nasce da un funzionamento diverso di alcune aree del cervello legate al controllo dell’attenzione, degli impulsi e del movimento, e non da capricci, maleducazione o “cattiva volontà”.

L’ADHD esordisce in età evolutiva, tipicamente prima dei 12 anni, anche se in molti casi viene notato e riconosciuto più tardi, magari quando le richieste della scuola diventano più impegnative. È importante saperlo: un bambino non “diventa” ADHD a 10 anni, le caratteristiche erano già presenti, semplicemente non erano ancora state riconosciute come tali.

I tre sottotipi, con parole semplici

Non esiste un solo modo di manifestare l’ADHD. La diagnosi distingue tre presentazioni diverse.

1. Disattento

È il bambino che fatica a restare concentrato, che si perde dietro ai propri pensieri, che dimentica spesso oggetti o compiti, che sembra “tra le nuvole”. Non è iperattivo nel senso classico: a volte passa inosservato perché non disturba, semplicemente non riesce a stare sul pezzo.

2. Iperattivo-impulsivo

È il bambino che non riesce a stare fermo, che parla molto, che interrompe, che agisce prima di pensare alle conseguenze. È il sottotipo più visibile, e spesso quello che genera più richiami e conflitti, perché il comportamento “si vede” subito.

3. Combinato

È la forma più frequente, in cui coesistono sia le difficoltà di attenzione che quelle di iperattività e impulsività, in misura variabile da persona a persona.

Il ruolo dell’ambiente

Una cosa che teniamo a sottolineare: l’ADHD non si “crea” con l’ambiente, ma l’ambiente può fare una differenza enorme su quanto le difficoltà si trasformino in svantaggio reale. Una classe troppo rigida, una routine confusa, aspettative non chiare possono amplificare le difficoltà di un bambino con ADHD. Al contrario, regole chiare, una struttura prevedibile della giornata, pause di movimento ben gestite, e un linguaggio che orienta invece di colpevolizzare, possono aiutare moltissimo a contenere i comportamenti più disfunzionali.

Lo stesso vale in famiglia: non è una questione di “essere più severi” o “lasciarlo fare”, ma di costruire intorno al bambino una cornice coerente, in cui sappia cosa aspettarsi e cosa ci si aspetta da lui.

Il nostro punto di vista

Con l’ADHD, forse più che con altre situazioni, la collaborazione tra scuola, famiglia e specialisti non è un’opzione: è la condizione perché qualsiasi intervento funzioni davvero. Un bambino può ricevere gli strumenti giusti a scuola, ma se a casa manca una cornice coerente — o viceversa — la fatica per lui raddoppia.

Per questo, quando lavoriamo con famiglie di ragazzi con ADHD, non ci limitiamo al tempo che passiamo con il bambino. Coinvolgiamo i genitori, condividiamo strategie concrete da portare a casa, e quando serve facciamo da ponte con la scuola. Non perché i genitori “sbaglino” qualcosa, ma perché un bambino con ADHD ha bisogno che gli adulti di riferimento — tutti — remino nella stessa direzione.

Se in famiglia o in classe c’è un ragazzo che riconosci in queste righe, scrivici: siamo a EUR Torrino, Roma, e puoi contattarci su WhatsApp o via email a info@ilgruppoaccanto.it


📚 Prossimo episodio: i Disturbi della Comunicazione — quando a essere coinvolto non è il movimento o l’attenzione, ma il linguaggio stesso.

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Il Gruppo ACCAnto


Una risposta a “L’ADHD — Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività.”

  1. Avatar Silvia
    Silvia

    Ho avuto un figlio con questo problema ma ora è cinquantenne realizzato
    Peccato non averlo capito quando era piccolo

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