Esiste una zona grigia che il sistema fatica a vedere. Non per cattiveria — spesso per stanchezza, per mancanza di risorse, per come sono costruite le regole. Ma il risultato è lo stesso: alcune persone con disabilità cognitiva restano sole proprio perché la loro disabilità non è abbastanza grave.

Lo so che sembra un paradosso. Eppure è così.

Di chi stiamo parlando

Parliamo di persone con disabilità cognitiva certificata — un QI che sulla carta rientra nella categoria — ma con una capacità relazionale, emotiva, espressiva che le porta vicine ai coetanei cosiddetti normotipici. Persone che possono imparare, lavorare, costruire relazioni vere. Che hanno senso dell’umorismo, interessi, opinioni. Che vogliono fare cose nel mondo.

Non rientrano nei servizi strutturati per disabilità gravi — i centri diurni, l’assistenza domiciliare intensa, le strutture protette. Non ne hanno bisogno, e non sarebbe giusto collocarle lì.

Ma non trovano spazio nemmeno nei contesti ordinari, che non sono pensati per accoglierle davvero.

Risultato: cadono in mezzo. E in mezzo, spesso, non c’è niente.

Cosa succede a scuola

Il momento in cui questo vuoto si vede con più chiarezza è la scuola superiore.

Quando uno studente con disabilità cognitiva ha le capacità per seguire un percorso non differenziato — cioè un percorso che porta al diploma vero, alla maturità — la scuola dovrebbe costruire una programmazione individualizzata che coinvolge tutti i docenti del consiglio di classe. Non solo il docente di sostegno: tutti. Con obiettivi minimi specifici per materia, con verifiche adattate, con un investimento collettivo sulla persona.

È più lavoro. È più responsabilità distribuita. Non si può delegare a una sola figura.

E allora, spesso, si sceglie la strada più semplice: la programmazione differenziata. Quella che non porta al diploma. Quella che protegge lo studente da un fallimento immediato, ma lo consegna a un futuro più stretto.

Non stiamo parlando di malafede. Stiamo parlando di un sistema che non ha costruito le condizioni perché la scelta giusta sia anche quella sostenibile.

Il risultato lo vediamo nei numeri — o meglio, nell’assenza di numeri, perché questi dati quasi non esistono: le persone con disabilità cognitiva che arrivano alla maturità sono pochissime. Quasi nessuna.

E dopo la scuola

Chi riesce ad arrivare all’università — e sono davvero pochi — si trova in un territorio ancora più inesplorato.

I servizi universitari per la disabilità esistono, e fanno cose importanti. Ma sono pensati principalmente per disabilità fisiche o sensoriali, o per i DSA. La disabilità cognitiva medio/lieve è una categoria che molti atenei ancora non sanno bene come gestire.

E fuori dall’università? Nel quartiere, nella città?

Nel quadrante EUR di Roma, dove operiamo, la risposta è semplice: quasi niente. I servizi di prossimità per questa fascia di persone — adulti con disabilità cognitiva medio/lieve, capaci di relazione ma bisognosi di supporto — non esistono in forma strutturata. Le famiglie costruiscono reti informali. Si arrangiano. Tengono duro.

Perché ne parliamo

Non lo scriviamo per lamentarci. Lo scriviamo perché questa è esattamente la zona che il Gruppo ACCAnto ha scelto di presidiare — non perché fosse strategico, ma perché la conosciamo dall’interno.

Abbiamo visto cosa significa accompagnare una persona con disabilità cognitiva verso la maturità, verso l’università, verso una vita che assomiglia a quella che voleva. Sappiamo quanto sia possibile, quando qualcuno ci crede davvero e investe tempo e attenzione. E sappiamo quanto sia raro che questo accada.

Il gruppo ACCAnto non è un servizio. Siamo persone – genitori, psicologi, educatori – che hanno deciso di stare vicine — con regolarità, con concretezza, con rispetto per chi abbiamo davanti.

Accompagniamo uno studente universitario con disabilità cognitiva nel suo percorso: lo studio, gli esami, gli uffici, la burocrazia, le relazioni. E facciamo parte della sua settimana, non solo della sua cartella clinica.

È poco, rispetto a quanto servirebbe. Ma è reale. E spesso è l’unica cosa che c’è.

Un’ultima cosa

Se stai leggendo questo e ti riconosci — come genitore, come fratello o sorella, come persona che conosce qualcuno in questa situazione — sappi che non sei solo/a nella fatica di capire perché il sistema non vede quello che vedi tu.

Non è una tua impressione distorta. È un vuoto reale.

E noi siamo qui, nel nostro piccolo, a cercare di starci dentro.


Il Gruppo ACCAnto ETS · Roma, quartiere EUR. Se vuoi raccontarci la tua esperienza o semplicemente fare una chiacchierata, scrivici. info@lgruppoaccanto.it


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