Hai sentito parlare di dislessia, disgrafia, discalculia, ma fai ancora un po’ di fatica a distinguerle? Non sei solo: sono termini che si sovrappongono spesso, anche tra gli adulti.
Facciamo chiarezza · Episodio 2 di 8
Nella scorsa puntata abbiamo parlato dei BES, l’ombrello che racchiude tutte le situazioni in cui un alunno ha bisogno di un’attenzione educativa diversa dal solito. Oggi entriamo in una delle categorie più conosciute — e più spesso fraintese — che rientra sotto quell’ombrello: i DSA.
DSA: di cosa parliamo esattamente
DSA è l’acronimo di Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Sono disturbi di origine neurobiologica che riguardano la capacità di leggere, scrivere o calcolare, e che si manifestano fin dai primi anni di scuola, quando il bambino impara queste abilità.
È importante chiarire subito un punto: i DSA non hanno nulla a che fare con l’intelligenza. Un bambino con dislessia, per esempio, può avere un’intelligenza nella media o anche superiore alla media. La difficoltà riguarda uno specifico processo — la lettura, la scrittura, il calcolo — non la capacità di comprendere o ragionare.
Sono disturbi specifici anche in un altro senso: riguardano un’abilità precisa, lasciando intatto il resto del funzionamento cognitivo. Per questo si dice spesso che un alunno con DSA “non si applica abbastanza” o “se ci mettesse più impegno”, quando in realtà sta già lavorando il doppio per ottenere lo stesso risultato dei compagni.
Cosa dice la normativa
La Legge 170 dell’8 ottobre 2010 è la norma di riferimento in Italia. Riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia come disturbi specifici dell’apprendimento, e stabilisce il diritto di ogni alunno con DSA a un percorso scolastico personalizzato, attraverso strumenti compensativi e misure dispensative.
A differenza della disabilità prevista dalla Legge 104, i DSA non comportano l’assegnazione di un insegnante di sostegno. La scuola, una volta ricevuta la diagnosi (rilasciata dal Servizio Sanitario Nazionale o da specialisti privati accreditati), redige un Piano Didattico Personalizzato, il PDP, che indica gli strumenti e le strategie più adatti a quell’alunno specifico.
Le quattro forme principali
1. Dislessia
Riguarda la lettura. Il bambino legge in modo lento, faticoso, con errori, e spesso non per scarso esercizio: il processo di decodifica delle parole richiede uno sforzo cognitivo molto maggiore rispetto ai compagni.
2. Disgrafia
Riguarda la scrittura, in particolare l’aspetto grafico ed esecutivo: la calligrafia può risultare poco leggibile, irregolare, faticosa da produrre.
3. Disortografia
Riguarda anch’essa la scrittura, ma sul piano linguistico: difficoltà a tradurre correttamente i suoni in segni scritti, con errori ortografici frequenti anche su regole già spiegate più volte.
4. Discalculia
Riguarda il calcolo e i numeri: difficoltà a comprendere le quantità, a memorizzare le tabelline, a eseguire operazioni aritmetiche anche semplici, o a gestire le procedure di calcolo.
È molto comune che queste forme si presentino insieme, anche se in misura diversa: un alunno può avere una diagnosi di dislessia e disortografia, per esempio, perché entrambe riguardano l’elaborazione del linguaggio scritto.
Il nostro punto di vista
Al Gruppo ACCAnto incontriamo spesso famiglie arrivate a una diagnosi di DSA dopo anni di fatica, frustrazione, a volte anche sensi di colpa — del bambino, ma anche dei genitori. Una delle cose che ripetiamo più spesso è questa: la diagnosi non è un punto di arrivo negativo, è uno strumento. Serve a capire come funziona quel bambino, per costruirgli intorno un metodo che funzioni davvero.
Per questo i nostri percorsi di tutoraggio non sono “ripetizioni” nel senso classico. Certo, lavoriamo sul metodo di studio e sugli strumenti compensativi più utili per quel ragazzo — mappe concettuali, sintesi vocale, calcolatrice, tempi più lunghi. Ma sappiamo che spesso non basta.
Molti ragazzi con DSA sanno le cose. Le hanno studiate, le hanno ripetute, le conoscono. Eppure davanti all’interrogazione, davanti al professore, davanti alla domanda diretta, vanno in difficoltà: non per il contenuto, ma per tutto quello che gli succede intorno in quel momento — l’ansia, il blocco, la sensazione di non riuscire a tirare fuori quello che sanno. Quello che spesso manca non è lo studio, è la capacità di ascoltarsi e di restare lucidi sotto pressione: sapere che si può fare una pausa, chiedere di ripetere, rispondere senza scappare.
Per questo, accanto al tutoraggio, proponiamo anche laboratori su queste competenze trasversali. Non sono un di più facoltativo, sono parte dello stesso percorso di crescita: un ragazzo che studia bene ma non riesce a “stare nella domanda” continuerà a sentirsi in difficoltà, anche con tutti gli strumenti giusti in mano.
Se vuoi capire meglio come supportare tuo figlio o la tua classe, scrivici: siamo a EUR Torrino, Roma, e puoi contattarci su WhatsApp o via email a info@ilgruppoaccanto.it
📚 Prossimo episodio: l’ADHD — Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Cosa significa davvero, e come si vive a scuola e in famiglia.
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Il Gruppo ACCAnto


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